lunedì 8 febbraio 2010

Il tex “moderno”: investigatore privo di olfatto e prigioniero del suo mito (2)

Con Mauro Boselli, la tendenza all'”umanizzazione” raggiunge a mio giudizio il suo apice.
Infatti l'eroe, probabilmente orfano del della sua stessa mitologia, diventa sempre più spesso un personaggio tra gli altri delle sue (mi verrebbe da dire loro, degli altri personaggi) vicende.
D'altro canto sempre più spesso il passato e non più attuale mito della sua grandezza, visto che il ranger che dà il nome alla collana brilla sempre più per la sua assenza, viene per compensazione continuamente, e a mio giudizio fastidiosamente, celebrato dai discorsi degli altri protagonisti (o dei veri protagonisti, secondo il mio sistema di pensiero): non si fa altro che ribadire quanto sia grande, quanto sia mitico, quanto sia famoso, quanto sia forte Tex o meglio lo sia stato. Celebrazioni di Tex a parte, i personaggi delle storie si moltiplicano ma spesso a mancare sono i pard, i quali raramente sono presenti tutti in una sua storia, specie tra le recenti. I cattivi sono molto carismatici e duri, nelle sue prime storie, e le tematiche insolite e spesso interessanti, per quanto atipiche, ma purtroppo la brillantezza dei dialoghi e la concreta presenza dei pard al di là delle celebrazioni mancano pesantemente, tendenza che si è accentuata da quando Boselli è lo sceneggiatore principale: il suo Tex, il suo Carson, il suo Kit ed il suo Tiger sono altri personaggi, molto diversi e molto meno interessanti di quelli degli sceneggiatori precedenti, e presenti in misura quantitativamente molto minore. Le trame non sono male, il problema è l'eccesso di flashback, flashfowards ed altri "effetti speciali" narrativi, che appaiono spesso forzati ed inseriti appositamente per dimostrare la tecnica dello scrittore e non perché siano funzionali alla narrazione stessa, oltre naturalmente a quello che trovo il difetto principale: lo sfoggio di cultura fine a se stesso, il grande autocompiacimento dell'autore che si nota ad ogni pié sospinto, in cui pare di capire che dovrebbe essere a Tex a dover reggere la grandezza di Boselli e non viceversa. Personalmente direi che anche se è proprio vero che l'ordine di grandezza è diverso, l'autore sembra avere interpretato la problematica al contrario della maniera a mio giudizio corretta.
Non mi dilungo ulteriormente, dico che ho grande fiducia negli autori che si alterneranno con Boselli, specie Manfredi e Faraci, nel fare sì che il ranger riprenda una dimensione più vicina all'originaria formula magica che fece un mito di Tex e non un personaggio scrivendo il quale si possa o si debba a tutti i costi sfoggiare la propria conoscenza, la propria preparazione, la propria tecnica professionale a costo di stravolgere il tutto.
Mi limito a ribadire che tutto ciò che ho scritto non è da prendersi come un'analisi obiettiva ma come il mio parere personale, di vecchio lettore e di autentico appassionato della collana, e che certamente in molti non saranno d'accordo col mio punto di vista. Ma è esattamente la differenza dei punti di vista il sale del confronto, che è a sua volta uno dei piaceri di curare un piccolo spazio sulle cose che si amano.

l'immagine rappresenta la copertina di Tex gigante numero 407 © Sergio Bonelli Editore

sabato 6 febbraio 2010

Il Tex “moderno”: investigatore privo di olfatto e prigioniero di se stesso (1)

La “modernità texiana”di Claudio Nizzi


Tra le tante scuole di pensiero circa il Tex “moderno”, esiste senz'altro quella che vede il ranger, semidio olimpico o titano secondo le interpretazioni precedenti, impegnato in una pirandelliana ricerca d'autore a partire dalla metà degli anni ottanta, periodo i cui Tex, personaggio orfano di un padre grandissimo, aspetta di ritrovare un altro Giovanni Luigi Bonelli, naturalmente senza trovarlo, trovando invece una inaspettata e repentina caduta sulla Terra. Niente più Eracle o Prometeo, ma, tramite una improvvisa e rapida fuoriuscita dal mito, l'eroe si trasforma in un essere umano tout court. Neanche tra i più brillanti, mi verrebbe da aggiungere con un pizzico di malignità.
Con Claudio Nizzi, l'uomo Tex prevale con grande chiarezza sull'eroe Tex. E magicamente il pallino delle sue storie passa dalle sue mani a quelle dei suoi nemici. Le vicende di Tex si tingono di giallo, i misteri o presunti tali iniziano a pullulare, ma, come è stato fatto giustamente notare, non sono più misteri ingenui alla “Satania”, sono misteri “impegnativi”, forse troppo per il nostro ranger appena umanizzato, quasi fosse un novello Pinocchio. I suoi nemici prendono il sopravvento nell'economia delle avventure, ed il ranger più famoso d'Italia principia a brancolare sempre più spesso nel buio. Per fortuna non perde la capacità di sparare e di fare a botte, sfortunatamente perde il suo proverbiale intuito che lo aveva guidato egregiamente fino a quel momento. Non si contano le storie in cui Aquila della Notte non riesce a risolvere da sé l'enigma, la soluzione del quale quale gli viene spiattellata in faccia, puntualmente, da qualche beneinformato e provvidenziale “deus ex machina”, inoltre non si contano le storie in cui Tex viene salvato in extremis da chiunque si trovi a passare da quelle parti dalla cavalleria agli indiani amici, dai bambini alle vecchiette.
I nemici si fanno più grandi, prendono il sopravvento, manipolano il nostro eroe come fosse un burattino, lo conducono per il naso ovunque essi desiderino, salvo vedersi scippare la vittoria da un colpo fortuito di sorte.
Di conseguenza Tex, orbato del suo carisma, passa dall'autorità all'autoritarismo ed inizia ad impartire “ordini” a Kit Carson e a Tiger (detto fra di noi, fastidiosissima incongruenza, agli amici che ti aiutano perché ti stimano non impartisci ordini), diventa il “capo” dei pards, la sua statura eroica sembra far parte del passato, diventare un semplice biglietto da visita, mentre il personaggio evidenzia un limite dopo l'altro.
Le buone storie non mancano, specie nei primi anni, ma non sono, come già evidenziato, le storie di un mitico e spavaldo semidio, sono solamente le alterne vicende di un uomo (immeritatamente?) baciato da madama fortuna e preceduto da una (si direbbe spesso altrettanto immeritata) fama che lo circonda, che spesso, per paradosso, lo rende visibile ai suoi nemici come una mosca nel latte e che fa giocare i suoi avversari in attacco e lui di rimessa, costringendolo a portare a casa la vittoria segnando spesso una rete fortuita in fuori gioco a tempo abbondantemente scaduto.
Tex è comunque un fumetto interessante e molte storie mantengono un certo fascino, ma la grandezza del personaggio è ben diversa da quella dello stesso personaggio scritto da Gianluigi o Sergio Bonelli, alias Nolitta.

l'immagine rappresenta la copertina di Tex gigante numero 280 © Sergio Bonelli Editore


lunedì 25 gennaio 2010

Tradizione e modernità texiane: un punto di vista chiaramente di parte [2]

Parte Seconda

Il Tex di Guido Nolitta: una grandissima umanità contro le stigmate della divinità

Veniamo al grandissimo Guido Nolitta, alias Sergio Bonelli, secondo autore che si è cimentato nella scrittura delle storie del ranger, affiancando il padre in un lavoro da far tremare i polsi: scrivere Tex ma non solo, diventare lui il sostegno del padre, il quale era stato spesso di aiuto al figlio quando quest'ultimo si era trovato in difficoltà nello scrivere, ad esempio immediatamente dopo i primissimi numeri di Zagor. Credo che per il mai abbastanza ringraziato editore questo impegno sia stato fonte di grosse preoccupazioni e di dolori di capo, ma, a volte, i dolori di capo possono essere molto fecondi, come ad esempio quando Zeus partorì Atena direttamente dal cranio in occasione di una grossa emicrania, bardata di tutto punto. Secondo me il parallelismo tra i due casi ci sta tutto.
Il Tex di Nolitta, visto in retrospettiva, vale a dire col senno di poi, conferma a mio giudizio di essere un grande personaggio, dalla statuta eroica davvero impressionante, per quanto le differenze nel modo di scrivere rispetto al genitore fossero tante e piuttosto significative. Intanto Tex rimane durissimo, forse addirittura più duro di quello del padre ma perde gran parte della sua aria scanzonata. Viceversa il suo lessico ed il suo modo di esprimersi diventano grevi e decisamente più seri(osi) (e questo nonostante Nolitta inserisca parecchi "sipari" divertenti) e piuttosto retorici, oltre che espressione di valori astratti ed ideali, al contrario dell'eroe tutto concretezza del padre di entrambi: il ranger di G.Luigi Bonelli è un personaggio positivo che trascina gli eventi, il Tex di Nolitta è un grandissimo eroe che è destinato comunque alla sconfitta, perché contro il marciume generalizzato, contro gli sporchi interessi, contro un mondo cattivo e negativo non esiste vittoria, solo una lotta diuturna, instancabile e piena di illusori successi, che puntualmente si rivelano impastati di amarezza e senso di impotenza. Nolitta trasforma il Tex in un eroe inflessibile e rigido, disposto a seguire il suo codice etico personalissimo anche a costo della vita quando ci sarebbe tutto da guadagnare nel temporeggiare o nello scendere a patti, il quale diventa sin dalla sua prima storia un ranger con tutti i crismi ed in seguito anche un capo indiano paternalistico ed amorevole, per quanto consapevole della sconfitta inevitabile e della fine imminente del suo mondo.
Molte storie di Nolitta sono bellissime e parecchie anche dei capolavori: non solo, alcuni personaggi ideati da questo grandissimo autore sono tra i più amati della serie, memorabili a tantissimi anni dalla loro apparizione: il solitario dell'West ed El Muerto sono gli esempi più immediati, ma naturalmente molti altri sarebbero da citare. I suoi capolavori su Tex sono nati però come storie sue, contenenti cioè i suoi topoi, come l'amicone che si rivela essere poi il vero cattivo e come il vicecomandante giovane e borioso che prende improvvisamente il posto di un comandante esperto e ragionevole. Il Tex di Nolitta si sporca e si deve lavare, radere, fatica, ha sete, ha sonno, suda come i comuni mortali, ma questo non sminuisce la sua grandezza, anzi, il contrario, la esalta: Tex non è un semidio armato di cuore di leone e stinchi di santo, è un essere umano grandioso che titanicamente combatte il male in un mondo magmatico e proteiforme, dove nulla è quello che sembra e dove ogni vittoria è fondamentalmente il preludio ad una sconfitta: un eroe grandissimo che si staglia contro uno sfondo molto grigio, per non dire quasi nero.
Tex non muove la storia, Tex la combatte senza cadere ed alla fine rimane in piedi nonostante un autentico ciclone si sia abbattuto su di lui travolgendo tanti che lo circondavano e che riponevano in lui le loro speranze.
Lascio da parte la fiducia ingenua che spesso questo Tex ha nel dare le spalle ai nemici, al contrario della diffidenza e dell'intuito che il suo corrispondente di Gian Luigi Bonelli, in fondo è un dettaglio per quanto molto significativo: mi rendo conto perfettamente che Nolitta sarebbe un esempio da seguire come autore, proprio per l'eterodossia di alcune sue scelte, tra cui anche quella di trascurare Carson a favore di Tiger o di Kit Willer in coppia con Tex. Anche se alcune di queste appannano il mito creato dal padre, il Tex che ne scaturisce è tutt'altro che un personaggio poco interessante, anzi, e quando i pennelli sono quelli di Fusco, di Ticci o di Galep vengono fuori delle coppie autore disegnatore da ANTOLOGIA. Chiamarle memorabili sarebbe francamente riduttivo.

[...] Continua


l'immagine rappresenta la copertina di Tex gigante numero 183 © Sergio Bonelli Editore




domenica 24 gennaio 2010

Tradizione e modernità texiane: un punto di vista chiaramente di parte [1]


Parte prima: il Tex di Giovanni Luigi Bonelli


Un discorso chiaramente partigiano

Avverto il lettore che quello che mi accingo a scrivere non è un intervento che desideri essere obiettivo, è chiaramente un discorso di parte, e, per onestà intellettuale, devo immediatamente ammettere che non vi è dubbio che tale vada considerato. Non esiste, per me, essere obiettivo nel discutere di un argomento che tocca profondamente i miei sentimenti. Anzi, meglio, che tocca i sentimenti di quello che ero, cioè un bambino che sognava ad occhi aperti la collezione di Tex nella sua libreria, e che metteva in cima alla lista dei suoi desideri quello di poter sfogliare e leggere i bellissimi albi del ranger, albi che desiderava più di qualunque cosa al mondo.
Altri tempi, devo dire. Tempi in cui le nostre mamme non volevano che giocassimo in casa, che ci cacciavano fuori subito dopo scuola appena la stagione lo consentiva e che non desideravano rivederci fino ad una certa ora. Ed allora non si contavano i capannelli di ragazzi muniti dei loro amatissimi albi, che aspettavano di riuscire a completare due squadre per il pallone e nel frattempo organizzavano una fantastica borsa valori con titoli bellissimi e colorati. Altri tempi dicevo. E naturalmente un altro Tex...
...Un altro Tex, un'introduzione legata alla nostalgia, l'infanzia... non potevo scegliermi alleati migliori affinché questo mio discorso si macchiasse da solo di tinte ideologiche e diventasse semplice controbattere che mi faccio fuorviare dalla nostalgia, che spesso i cambiamenti sono in meglio ma vengono percepiti come negativi eccetera. D'accordo, ho scelto di giocare una partita difficile, ma una volta che io abbia accettato di farlo non mi resta che giocarla fino in fondo ed a viso aperto. Ed allora lo faccio senz'altro, passando in rassegna le caratteristiche che mi colpirono all'epoca e che hanno fatto sì che l'amore per il personaggio sia praticamente immutato dopo tanti anni in me.

Il Tex di Gian Luigi Bonelli: un grande personaggio di difficile definizione

A mo' di introduzione, ho provato a buttare giù un elenco di caratteristiche del ranger così come l'ho conosciuto ai tempi in cui lo leggevo anche a tavola, suscitando le ire dei miei genitori e rovinando gli albi in maniera definitiva:

Tex è il motore di ogni sua storia. Le cose girano tutte intorno a lui, il sistema eliocentrico viene sostituito da quello "texcentrico". Nulla di positivo può accadere senza il suo intervento. Tex nasce come un fuorilegge ed infatti fin da subito incarna la giustizia che è nettamente distinta dalla legge, Tex è una sintesi impossibile: ranger, capo indiano e agente indiano, bianco e rosso. Tex è un uomo che incute terrore nei nemici e fiducia assoluta negli amici. Tex è in grado di trovare il bandolo di qualsiasi matassa ed il suo naso e "una certa vocina" lo guidano dritto alla soluzione di qualsiasi intreccio... eccetera.

Potrei continuare per pagine e pagine, compiendo però quella che secondo me è un'operazione assolutamente inutile: è infatti impossibile, o quantomeno estremamente riduttivo, cercare di conoscere il Tex delle origini elencando le sue principali caratteristiche. Si farebbe molto prima e meglio ad elencarne soltanto una: la contradditorietà. Tex è un personaggio assolutamente contraddittorio con se stesso, frutto com'è di tanti anni di avventure scritte dal suo padre e primo insuperato sceneggiatore in maniera vulcanica e senza grossa pianificazione, come da lui stesso spesso affermato. Un capo indiano che chiama gli uomini rossi "musi di terracotta", un uomo di legge che opera facendo l'incendiario doloso, il bombarolo ed il torturatore, un uomo che disprezza i soldi e che paga sempre lui con misteriosi fondi inesauribili che però fa il diavolo a quattro perché i soldati hanno consegnato ai suoi navajos delle bestie magre, salvo lasciare tesori enormi in smeraldi ed in oro a marcire nel deserto, con cui avrebbe potuto facilmente trasformare la sua gente in una comunità di ricchissimi vaqueros. Ed anche in questo elenco potrei dilungarmi a piacere. Quello che secondo me emerge da disamine come queste è che è vero che il primo Tex è facilmente considerabile un oggetto misterioso, essendo un personaggio che va cercando a tastoni una sua identità ben precisa, sia a livello grafico che psicologica ma, incredibimente, Tex rimane e rimarrà un personaggio difficile da definire e da imbrigliare in una o più formule sintetiche anche nell'epoca della sua vera prima maturità, in quello che viene normalmente considerato il suo periodo d'oro, che io, forse arbitrariamente, tendo ad identificare con l'arrivo di Guglielmo Letteri e la fine degli albi a striscia, in cui il fumetto diventa davvero estremamente curato anche graficamente ed avviene definitivamente un notevole salto di qualità.
Tex: un nome breve e scattante concepito per un uomo d'azione ed impulsivo, il quale non esita ad aggredire fisicamente chiunque osi mettere in dubbio la sua parola o che osi sfidarlo o provocarlo, anzi, è lui un provocatore nato, un uomo che è capace di dire quello che pensa a chiunque senza temere ritorsioni, che non scende a patti se non per propria iniziativa, che vive in maniera aperta, coraggiosa, rischiosa e nonostante questo ha sempre il sorriso sulle labbra. Ma Tex è anche il nome di un uomo intelligente ed intuitivo, scettico e positivo, che non crede alla magia nonostante si sia scontrato diverse volte con degli stregoni, un uomo tutto cuore e tutto cervello, insomma, un uomo al quadrato. E come in tutte le cose al quadrato, i meno diventano più e pertanto non ci sono meno, nonostante i comuni mortali non godano di questo fantastico privilegio. Nemmeno i pards, ad iniziare da Kit Carson, che si comporta come un umanizzatore ed un orologio, ricordandosi di avere sonno e fame, di essere stanco e sentendosi pessimista e scoraggiato.
Il fascino di questo personaggio è grandissimo: un uomo che da solo, senza spesso il sostegno nemmeno morale dell'esercito o delle altre istituzioni che richiedono il suo aiuto, riesce a portare la giustizia in dei territori selvaggi in cui vige la legge del più forte, annichilendo gli avversari nonostante la sproporzione numerica, adoperando dei mezzi "catartici" come il fuoco, l'esplosivo, l'acqua o addirittura un treno lanciato in una folle corsa. Un Tex titanico, che muove quasi le forze della natura che ha quasi sempre il sorriso sulle labbra, capace di scherzare nella vasca degli squali o di trattare con sufficienza i suoi stessi torturatori.
Tale fascino è, a mio modesto parere, il segreto del successo della collana: il personaggio ha certamente alcune caratteristiche del classico eroe dei fumetti, di quelli che escono dall'acqua con i calzoni asciutti e che non hanno nessun tentennamento morale essendo il loro codice etico scolpito nel granito, ma è, in realtà, eterno, più che moderno o classico, rappresentando, certo, l'eterna lotta del bene contro il male, ma nel suo caso con il bene protagonista soverchiante e disposto ad adoperare qualsiasi mezzo per prevalere. Tex rappresenta una giustizia aggressiva ed eterodossa, una giustizia "illegale" che ha un opinione molto bassa della legge, i cui rappresentanti spesso, lungi dall'applicarla, la adoperano come scudo per difendere i loro loschi scopi a spese dei più deboli, non senza l'avvallo di chi dovrebbe controllarli e che invece fa l'esatto contrario. E la rappresenta in maniere altamente spettacolari, dalla immancabile rissa nel saloon ai migliori "fuochi artificiali" della dinamite.

Un personaggio quasi magico, che col passare del tempo ed il variare degli autori si è modificato e di cui molti come me, sentono acutamente la nostalgia.

Continua [...]

l'immagine rappresenta la copertina di Tex gigante numero 1 © Sergio Bonelli Editore

giovedì 12 novembre 2009

Bloccato nel nulla tra Bonnanàro e Kabù Abbàs

Una coda dovuta ad un banale incidente stradale oppure più probabilmente ai lavori in corso in quel tratto di strada. Ecco che, mentre mi sto recando con rassicurante anticipo al lavoro, finalmente l'onda verde si accorge che esistono problemi sulle strade anche in Sardegna. Noi che ci viaggiamo giornalmente lo sapevamo già, ma vogliamo mettere l'esperienza diretta rispetto alle fonti indirette? Chiaro che non può essere lo stesso. Vabbé, intanto per fortuna la segnalazione è arrivata, perché guarda caso è il tratto che sto per percorrere, quindi decido per un opportuna quanto semplice deviazione. Non è la prima volta, peraltro, che quel tratto viene segnalato, le code tra "Bonnanàro" e "Floriànas" in senso opposto sono frequenti, probabilmente perché queste donne sarde tutte di nome "Floriana" richiamano orde di turisti onde infiammarli di passione isolana, mentre un "oscuro comune" di nome Florìnas è molto meno affascinante da evocare. Ma quello che è interessante per me è la maniera in cui vengono pronunciate due parole: "Kàbù Abbàs", l'inizio (o la fine) dell'ingorgo.
Ora, il citato luogo dal nome Cabu Abbas, leggi "càbu àbbas", che non controintuitivamente significa "capo delle acque", è una zona ricca d'acqua, tanto è vero che la reggia nuragica di "Santu Antine", che vi si trova, contiene un antichissimo pozzo sacro (e la reggia col suo pozzo rappresentano uno dei monumenti nuragici più famosi e belli dell'isola) ed è una zona ricca, inoltre, di vestigia culturali molto antiche ed interessanti. Ma sentirla pronunciare "Kabù Abbàs" mi fa venire in mente una località esotica mediorientale, o ancora più facilmente un oasi situata nel bel mezzo del Sahara, con le danzatrici del ventre, l'attraversamento del deserto a dorso di cammello eccetera. E nel momento in cui mi fermo ugualmente nonostante la deviazione, visto che altri come me hanno avuto l'idea di prendere una strada secondaria, mi fermo dicevo sapendo già che arriverò al lavoro appena in tempo, ecco che nella nebbia mattutina prendono vita le ombre della mitica oasi di Kabù Abbàs: mi vedo già cogliere i datteri e prendere il té del deserto, oltre naturalmente a cercare di procurarmi più cammelli possibile per poter acquistare una moglie bellissima o magari un paio di mogli, perché no? In fondo mi si addice la vita libera e selvaggia, cadrebbe ogni ipocrisia ed ogni "belletto comportamentale" imposto dalla cosiddetta civiltà occidentale, ed io come gli altri fuggiti dall'ingorgo potrei vivere seguendo le inclinazioni del mio cuore.
Ma ecco che un articolato suonando il clacson mi riporta alla realtà, la coda si è mossa e presto sarò al lavoro. Aspetto per il futuro che il "CIS viaggiare informati" seguiti a parlare di luoghi come "Màcomer" in provincia di Nuòro, sbagliando ancora tutti gli accenti, ma obiettivamente mi pare impossibile che possa evocare nuovamente un luogo esotico e bello come la mitica oasi di Kabù Abbàs, luogo ben diverso da quello in cui passerò al ritorno senza più notare né il nuraghe né la chiesa di Nostra Signora di Cabu Abbas. Ed ora se non mi sbrigo farò non tardi, tardissimo.

L'immagine proviene dal sito artvex

lunedì 7 settembre 2009

La febbre di Hattrick

La "raccomandazione" (scherzosa ed ironica ma con un fondo di verità) è sempre la stessa: non iniziare, genera dipendenza e dà assuefazione! Sto naturalmente parlando del famoso browser game manageriale di calcio, il mitico Hattrick, al quale ho avuto la ventura di iscrivermi per rinverdire i giorni della mia adolescenza, quando in quarta ginnasio comprai il mio primo computer, non per studiare, come speravo (inutilmente) che avrebbero pensato a casa mia, bensì (naturalmente) per giocare. Non ricordo affatto come si chiamasse il gioco manageriale che avevo allora, ricordo però che per caricarlo ci voleva una mezza giornata dal registratore a cassette e la "gestione" consisteva nella possibilità di tirare tre rigori a partita, dopodiché si perdeva 10 a 3 in trasferta e 6 a 3 in casa ogni sfida un po' più impegnativa di incontrare l'ultima in classifica. Inconsapevole del rischio che correvo, molti anni dopo questo primo e poco esaltante approccio, ho compilato il form di iscrizione ad Hattrick ed ho aspettato diversi giorni che mi si assegnasse la squadra, sicuro che la mia prima negativa esperienza con i manageriali di calcio mi ponesse al riparo dall'appassionarmi troppo ad un gioco di quel genere. Dopo aver ricevuto la squadra non ho nemmeno dato un'occhiata al gioco per diverse settimane, finché una minacciosa mail mi ha “intimato” di accedere entro breve tempo per non perdere la gestione della squadra. Ho eseguito il primo accesso quando il girone di andata volgeva al termine. Credo sarebbe riduttivo definire la mia gestione della squadra, nel corso di quel campionato, con l'espressione “totalmente fallimentare”. Intanto il mio portiere titolare si era infortunato ed avevo pensato bene di sostituirlo con un altro giocatore il cui livello in parate era definito “tremendo”, che era il "migliore" in parate tra i non portieri, dopodiché avevo "rinforzato" la squadra comprando a prezzi modici un giocatore “scarso” in parate ed un altro "insufficiente" in attacco. A questo proposito credo che gli aggettivi siano da soli sufficientemente esplicativi circa la qualità degli acquisti. Nel frattempo avevo tralasciato allegramente l'allenamento che è alla base del gioco e la mia economia registrava saggi di crescita negativi. Non avendo io capito ancora quasi niente circa i passi da compiere per iniziare a far crescere un poco la società, i miei cogironisti ebbero buon gioco nel "distruggermi" nel corso di quella e della successiva stagione, nel corso delle quali, però, piano piano le brume che avvolgevano il mio cervello di manager si diradarono a sufficienza per permettermi di disputare una terza dignitosa stagione, appena conclusa, nella quale il mio team si è piazzato secondo in decima serie, la penultima delle serie italiane. Comunque, come si usa dire nelle comunità virtuali, sono ancora un ”niubbo” del gioco che ha tanto e tanto da imparare. Credo che in un certo senso il mio cervello si sia "annebbiato nello snebbiarsi" a causa del sopraggiunto grande entusiamo verso il gioco, ma so che un giorno smetterò di giocare, esattamente come coloro che asseriscono che un giorno smetteranno di fumare. Ammesso e non concesso che lo facciano e che io faccia altrettanto, aggiungo. Ora come ora però la dipendenza dal gioco sembra incurabile: intanto sono convinto di conoscere personalmente i “miei giocatori” e sono riuscito ad “affezionarmi” ad essi, inoltre diverse applicazioni per la gestione della squadra, per il calcolo degli infortuni, per l'ampliamento degli stadi eccetera vivono allegramente nella pancia del mio PC e del mio browser Mozilla Firefox. Naturalmente sono anche diventato supporter del gioco, pagando una modica cifra in cambio di servizi accessori che non aumentano di un millesimo la possibilità di vincere, ed ho dovuto ricorrere all'aiuto di un gentilissimo "loghista" che realizzasse per me le magliette ed il logo della mia squadra (e che qui pubblicamente ringrazio). Come se non bastasse ho dovuto, tra le altre cose, affrontare orde di tifosi “inferociti”, cercare di rimediare ad uno spirito di squadra “in rivolta”, assumere e licenziare medici e fisioterapisti nemmeno gestissi un ospedale e financo affidarmi alle cure degli psicologi sportivi, idea che, in fondo, volendo essere un attimo autoironico, non sarebbe da considerarsi poi tanto malvagia. Per coloro che sono ancora principianti dopo aver avuto la "malaugurata" idea di farsi catturare da questo stupendo gioco, che paradossalmente all'inizio viene facilmente criticato e mal considerato da coloro che diventeranno presto senza rendersene conto degli appassionatissimi, aggiungo al post qualche collegamento ad alcuni tool ed ad alcuni siti, utili per la gestione di alcuni dei complessi aspetti del gioco e per ottenere informazioni, statistiche, dritte, consigli eccetera, che rappresentano un arsenale indispensabile nella scalata verso la serie A, lo scudetto, gli Hattrick Master e la poltrona di CT della nazionale di Hattrick. Colgo infine l'occasione per augurare "un buon campionato a tutti!"

Il sito del gioco


Alltid, sito contentente statistiche indispensabili per lo studio degli avversari, per informazioni sui propri e sugli altrui giocatori eccetera. Molto ben fatto ed utilissimo
.

Impresa edile virtuale, utilissimo tool per il calcolo del numero dei posti nello stadio.

Hattrick organizer, applicazione in java per la gestione di tantissimi aspetti della squadra, dalla formazione all'allenamento allo studio delle squadre avversarie. Un MUST!


Tomattrick "un'applicazione basata sul web per gestire la tua squadra di Hattrick" come recita l'home page del sito.

Tool per il calcolo della durata degli infortuni, inserito in un sito molto interessante e pieno di consigli e di altri utili tool.

Interessantissimo ed utilissimo blog che illustra alcuni degli aspetti cruciali del gioco e contiene utilissime dritte.

Psico TSI, applicazione utile per prevedere con una certa approssimazione gli scatti nei livelli di skill, molto utile ai principianti, meno utilizzata dagli utenti esperti.


HT-Arena.com "vi permette di creare facilmente il sito della vostra squadra !"

www.hattrick.it: popolosa comunità virtuale dedicata a questo gioco.

Una raccolta di link pratica e completa.


L'immagine fa parte della storia del sito e del gioco, ed è inserita nel post a mero scopo informativo e promozionale, © www.hattrick.org.

domenica 26 luglio 2009

Un'avventura lunga una vita

Sono un vecchio (solo come anzianità texiana, nonostante le divertenti e simpatiche prese in giro dei colleghi più giovani del forum di Tex) lettore di Tex, non un collezionista ma un grande appassionato delle avventure di un eroe classico ma intramontabile che fa parte della mia vita da quando imparai a leggere, anzi, come dico spesso, che mi spinse a imparare a leggere giusto per poter finalmente fare a meno della mediazione degli adulti, per poterlo gustare da me alla tenera età di sei anni non ancora compiuti. Tutto questo accadde circa trent'anni fa. Attualmente, dopo tutto questo tempo di indefessa attività di lettore, mi capita sempre più spesso di ripetere, quasi ossessivamente, una discussione con persone diverse ma uguale contenuto, quasi fosse scritta su un copione teatrale. In sostanza, mentre porto a casa il nuovo agognato numero della collana del ranger, incontro qualche conoscente che mi chiede, con un sorriso tra l'ironico e l'accondiscendente, come mai alla mia età, (che non è poi tanto veneranda, linguacce dei soliti giovincelli permettendo), cioè (figuriamoci) 36 anni, legga ancora i fumetti, anzi meglio, i giornaletti. Evito di replicare, dicendo che mi dispiacerebbe un buco nella collezione, oppure che devo affrontare un lungo viaggio in treno o che un mio ex collega di Università si trova attualmente in ospedale in osservazione e che “Sorrisi e Canzoni” e “Gente” li ha già ricevuti dalla nonna e “Crucipuzzle” e “Facili Cruciverba” dallo zio.
Scherzi (mica tanto) a parte, devo dire che Tex ed i fumetti Bonelli più in generale hanno fatto sempre parte della mia vita, ed in alcuni numeri che possiedo da sempre è possibile trovare le tracce addirittura fisiche di essa, come un poco di sangue che persi insieme ad un dentino nell'albo “Trafficanti di Armi” e gli aloni delle lacrime per una ragazza nell'albo “Thonga il tiranno”. Nonostante abbia smesso di acquistare la serie diverse volte per varie ragioni, sono riuscito, in diversi momenti e con divertentissime ricerche presso fumetterie, mercatini e soffitte, a mettere insieme una “collezione” variopinta ed eterogenea, contenente praticamente tutte le storie del ranger, se eccettuiamo qualche storia breve pubblicata su altre riviste o per particolari eventi.
Ancora oggi, dopo tantissimo tempo, mi emoziono ancora quando vedo la copertina dell'inedito che occhieggia dal solito scaffale in edicola, mi commuovo come un bambino quando rivedo le mitiche copertine di Galep o le nuove stupende copertine di Villa ancora “vive” e ancora di più quando vedo un Tex in mano ad un bambino o ad una bambina, che imparano a leggere ed i valori di uguaglianza e giustizia, che il ranger rappresenta ed ha sempre rappresentato per i suoi appassionati lettori, nello stesso tempo.
Questa serie ha attraversato ed ha accompagnato tutta la mia vita, ricordo i giorni e le occasioni in cui comprai particolari numeri, ricordo l'attesa, a volte anche protrattasi per anni, di recuperare gli albi in cui terminavano storie di cui avevo solo una parte, la delusione che provavo a volte quando il finale non corrispondeva a quello che avevo immaginato per tanto tempo. Ho amato tanto la serie ed i suoi personaggi fantastici, il grande Kit Carson, brontolone e pessimista ma generoso ed umano anche più dello stesso protagonista, Kit Willer e Tiger, due tizzoni d'inferno alternativamente protagonisti o semplici pedine a seconda delle circostanze, e poi El Morisco, Montales, Cochise, Tom Devlin, Mefisto, Proteus, Yama eccetera eccetera. E Naturalmente Tex, l'infallibile e implacabile raddrizzatore di torti, che avrei voluto almeno diecimila volte al mio fianco.
Tutto questo amore e questa passione, per me durati tutta la mia vita e tuttora inscalfiti, non possono essere banalizzati con la frase “leggi ancora i giornaletti alla tua età”. Questo “fumetto” mi ha dato tanto e insegnato tanto, in particolar modo a livello di valori come la fratellanza e la giustizia, ha stimolato la mia fantasia ed ha reso più sopportabili i momenti difficili e più esaltanti i momenti felici, ed è ancora in grado di compiere questo incantesimo, nonostante siano passati gli anni e tanta acqua sotto i ponti.
Questa è la grande magia che Tex è in grado di realizzare, intrecciarsi alla vita di un bambino ed essere là anche quando le tempie ingrigiscono con la stessa vitalità. Che in fondo al cuore porta probabilmente anche colui che si meraviglia della mia copia di Tex, e che basterebbe poco a risvegliare, se si lasciasse andare come io non ho mai smesso di fare per vivere con i pard un'avventura lunga, appunto, letteralmente tutta una vita.

l'immagine reppresenta la copertina di Tex 400 © Sergio Bonelli Editore